Intere giornate spese fino all'esaurimento completo di ogni forza fisica e mentale: passare tra le macerie del quartiere irlandese raso al suolo da un evento ancora non ben definito, cercando la più flebile traccia spirituale di chi ancora vi si trova sepolto, ha esatto il suo prezzo.
Il sudore ed il fiato spezzato, le mani lorde e sanguinanti che lentamente si rigenerano. Mentre sono seduto nei pressi di una tenda, pronto a passare le poche ore di sonno che ho intenzione di concedermi proprio in quel luogo, i miei occhi cadono sulle luci della città, verso il centro, con i suoi palazzi enormi, per poi tornare alla devastazione del luogo in cui mi trovo.
Mi domando quanti cittadini superumani sarebbero accorsi nelle operazioni di salvataggio se solo il sistema legislativo avesse dato loro il beneficio di innocenza. Guardati come colpevoli dall'alto verso il basso, come potenziali bombe pronte ad esplodere, senza alcun rispetto per la nostra vita, per le nostre emozioni e per ciò che saremmo davvero potuti essere.
Qualche volta i discorsi di Inara sulla necessità della violenza, dell'impossibilità di ottenere un risultato senza il sangue, riaffiorano nella mia mente molto più vividi e pericolosi, ma non ho alcuna paura. Li osservo, giro loro attorno, mi ringhiano e sbavano addosso, minacciando di dilaniarmi eppure quando mi si gettano contro avvizziscono ed evaporano, come se non fossero mai esistiti.
Non sono gli unici ricordi che affiorano: pensare ad Inara mi riporta alla guerra, ma anche a sentimenti più forti.
Penso a Sarah ed al suo destino, quello di donare la sua vita per la patria, per il sistema di regole e valori che aveva deciso di condividere.
Penso nuovamente ad Inara ed alla potenza degli ideali, a come essi muovano le persone. Alla fine sono tornato alle macerie; senza rendermene conto mi sono alzato e mi sono incamminato verso le tende dei feriti appena estratti. Stringo una mano con forza, cerco di rassicurare, sento di condividere qualcosa con loro, un retaggio, forse un destino: stanno percorrendo la strada che ho dovuto affrontare io anni prima. Quanto vorrei poterli aiutare non solo a sopravvivere, ma anche a tornare a vivere.
Chiudo gli occhi per lasciare che fluiscano, tutti i ricordi ed i pensieri, come una cascata, affinchè possano di nuovo portarmi verso l'alto, verso la fonte. Quando mi riprendo è nuovamente l'alba, i soccorritori stanno per fare una pausa e pertanto tocca a me andare avanti.
Ogni istante di pausa è una vita che potrebbe spegnersi, non ne avrei colpa, eppure ne sarei responsabile.
Non posso fermarmi, non adesso.
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